La Bibbia di Trump, il silenzio di Trudeau e il post nero: la lettura è politica
Non sono solo le immagini delle proteste di piazza quelle che arrivano dall’altra parte dell’Atlantico in questi giorni. Gli scontri nelle strade impressionano, ma c’è anche il presidente americano con le sue continue uscite sui social e quelle mirate nella vita reale, oltre al silenzio del premier canadese in risposta alla domanda proprio su quanto stava succedendo al di là della sua frontiera. Non è solo la tragica fine di George Floyd ucciso dai poliziotti è una partita elettorale e politica quella che si gioca.
Tolte quelle degli scontri, una delle immagini che più ha colpito in questi giorni è quella del lungo silenzio di Justin Trudeau in risposta alla richiesta di un commento su quanto accadeva negli Usa. «Credo che si sia trattato di una pausa d’attore, non di un’esitazione sul tipo di risposta da dare per il premier canadese» spiega Cristopher Cepernich che insegna Sociologia della Comunicazione all’Università di Torino, «È una pausa costruita, un silenzio che voleva dire cose che non poteva dire con un linguaggio referente. La sua condanna è arrivata con il silenzio, non con le parole, di routine, venute dopo».
Non è mai silenziosa invece la comunicazione del presidente americano che tende a occupare tutti gli spazi possibili. Cosa cambia con le segnalazioni dei suoi commenti su Twitter, il suo social network di riferimento? «All’inizio la segnalazione dei suoi tweet poteva sembrare una grana, poi ha capito il potenziale di questo scontro nello scenario elettorale. La comunicazione di Trump ha bisogno di nemici. Finora lo sono stati i media tradizionali come Cnn e Washington Post, ora si trova un nemico che pensava di non avere e che gli torna indubbiamente a vantaggio. Polarizzare la comunicazione è parte fondamentale della strategia di Trump, più costruisce contrapposizioni più la sua comunicazione funziona».
A guardarla da questa prospettiva sembra allora più cauta e sicura la scelta di non schierarsi fatta da Mark Zuckerberg per Facebook. «Le piattaforme non sono media, non hanno la responsabilità dei contenuti che ciascuno produce e Zuckerberg mantiene questa linea. Non fa niente di strano. È anomalo invece il comportamento di Twitter che infrange il suo status di piattaforma, ne modifica la forma avvicinandola a quella di un editore. Allora perché Trump bloccato e altri no (Bolsonaro per esempio con il suo discorso d’odio nella sua campagna elettorale, ma anche Salvini)?».
Secondo il professor Cepernich tutta la questione del rapporto fra Trump e Twitter va letta in chiave elettorale e lo stesso vale per il modo in cui il presidente statunitense sta gestendo la situazione dell’ordine pubblico in queste settimane: dall’uscita dalla Casa Bianca per andare a mostrarsi in chiesa con la Bibbia ai tweet che inneggiano a legge e ordine.
«Il gesto della Bibbia si spiega con la grande importanza che, nel contesto americano, ha l’appartenenza religiosa. È un gesto per il suo elettorato che è tradizionalista e che è quella contrapposta ai riots in mezzo alle strade. Parla a tutti quelli che vorrebbero vedere stoppate le proteste nelle strade. È un appello ai simboli dell’America profonda. Paga volentieri il costo, anche mediatico, della bonifica intorno alla Casa Bianca per dimostrare alla deep America che lo ha eletto nel 2016, non certo quella di Washington e dei grandi centri urbani, che il Presidente è ancora saldamente dalla sua parte e che saprà ristabilire l’ordine in questa situazione. Ordine è la parola chiave e la sta twittando ogni giorno: Law and Order, ripristinerò la legge e l’ordine».
Le elezioni presidenziali di novembre sono il punto fondamentale ed è per questo che l’ex presidente Obama ha insistito proprio sulla necessità di andare a votare. «Come ancora mostrano i sondaggi, Trump stava incontrando difficoltà, oltre che su una campagna di Joe Biden che pareva funzionare, anche sul Covid sul quale le sue strategie sono state quantomeno controverse. Quanto accaduto a Minneapolis ha consentito a Trump di ridefinire l’agenda della campagna elettorale da uno dei suoi principali errori su un terreno che è lo scontro che Trump ama».
Serve votare, serve meno il post nero condiviso da star e cittadini. «Le campagne social», spiega il sociologo, «hanno la funzione di fare clima all’interno di cerchie precise, circuiti autoreferenziali che si riconoscono fra loro. È un riconoscimento delle cause comuni, ma non si espande in nuove idee: crea solidarietà di gruppo, capacità di condividere una causa sempre all’interno dello stesso circuito». Non invita all’azione: né alla strada e né al voto.