«Voglio respirare»: per Floyd un unico grido in tutto il mondo
Da Londra a Sydney, da Tunisi a Seul, da Milano a Tokyo. Tutto il mondo si inginocchia, in un gesto ormai diventato il simbolo della protesta per la morte di George Floyd. Da un angolo all’altro del pianeta decine di migliaia di persone sono scese in piazza, sfidando il distanziamento sociale contro il coronavirus.
Con tanti cartelli e slogan, in tutte le lingue, ma con un solo messaggio: “Voglio respirare”. A ricordo di quei terribili 8:46 minuti in cui Floyd, immobilizzato a terra con il ginocchio di un agente di polizia che premeva sul collo implorava di poter prendere aria.
È stato così in Australia da Sydney a Melbourne, con le manifestazioni che inizialmente erano state vietate dalle autorità.
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Gianna, la figlia di George Floyd: «Papà ha cambiato il mondo»Ed è stato lo stesso a Londra: «È ora di bruciare il razzismo istituzionale» è risuonato da un megafono della city tra la folla davanti al palazzo del parlamento inglese. Qualche momento di tensione con la polizia a cavallo davanti a Downing Street.
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La morte di George Floyd, il blackout delle star per rendergli omaggioCortei per chiedere “giustizia per tutti” si sono svolti anche in molte città della Francia. E secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno alle manifestazioni hanno partecipato 23.300 persone di cui 5.500 a Parigi.
E mentre sit in e manifestazioni si svolgevano anche in Italia da Napoli a Torino e i giocatori dell’Atalanta si inginocchiavano durante l’allentamento, a Berlino le piazze urlavano “Nessuna giustizia, nessuna pace”.
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Minneapolis: «George Floyd è morto per asfissia». La nuova autopsia“Vogliamo giustizia! Vogliamo respirare!” hanno gridato in centinaia anche a Tunisi mentre in Iraq ‘Io voglio respirare’ tradotto in arabo dilaga sui social.
Manifestazione pacifica anche a Tokyo. E mentre anche Bansky ha dedicato una sua opera a Floyd, pure in Sudafrica, Polonia, Portogallo, Olanda, Spagna ci sono state iniziative per protestare contro la sua barbara morte. Con un unico messaggio: “Anche le vite nere contano”.
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Il presidente americano, intanto, rinchiuso dentro una Casa Bianca da giorni assediata dalle proteste è furioso, teme e sa che l’ondata di rabbia e disordini sociali sta gravemente compromettendo le sue chance di rielezione.
Nonostante questo, cede comunque a esternazioni e tweet finendo per alimentare polemiche e tensioni. Come quando, commentando il sorprendente boom dell’occupazione a maggio, davanti alle telecamere ha detto: «Oggi è un grande giorno per George Floyd. Lui ci guarda dal paradiso e sta lodando l’economia americana». Parole che hanno scatenato l’ennesima bufera di critiche e l’ennesima ondata di indignazione, a cui Trump ha risposto: «Il mio piano contro il razzismo è un’economia forte».
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“I can’t breathe”, ancora una vittima
In migliaia in strada a Buffalo e Tacoma, le due città teatro degli ultimi due video delle violenze da parte della polizia. Il primo episodio risale al 3 marzo e siamo a Tacoma, nello stato di Washington. Solo ora però spunta il video amatoriale ripreso col telefonino da una donna che con la sua auto si trovava per caso dietro quello della pattuglia di polizia, intervenuta non si sa ancora bene per quale motivo.
La testimone racconta che all’inizio Ellis si era avvicinato all’auto degli agenti e che la conversazione appariva tranquilla. Poi, d’improvviso, il putiferio, quando un poliziotto ha aperto di scatto la portiera e ha scaraventato il giovane a terra. A quel punto le immagini mostrano gli agenti accanirsi su Ellis in quello che appare come un vero e proprio pestaggio, con la donna che si sente urlare: “Basta, fermatevi, smettetela di colpirlo, arrestatelo e basta!”.
Dalle comunicazioni tra gli agenti e la centrale, pubblicate sul sito Broadcastify, si sente prima un poliziotto suggerire ai colleghi di usare una tecnica di stretta con le gambe. Poi la preghiera di Ellis: “Non posso respirare”. A differenza di George Floyd, lui morirà sul posto.