Stefano Sollima: «Sempre in mare aperto»
L’articolo completo è stato pubblicato sul numero 6 di «Vanity Fair», in edicola fino al 12 febbraio
Una volta Tripoli, l’altra Timisoara: «A vent’anni facevo una vita molto disordinata e infinitamente diversa da quella dei miei coetanei. Non avevo una casa, un armadio, un orizzonte certo. Partivo per raccontare gli scenari di guerra da cameraman e poi ritrovavo gli amici di sempre al bar. “Ciao Stè, è tanto che non ti vedo. Cosa fai domani sera?” , “Non ne ho idea, forse parto per la Romania”». Nella nazione che si preparava al crollo di Ceausescu, al tramonto del 1989, Stefano Sollima, 54 anni a maggio, imparò una lezione che nei decenni successivi ha trascinato in tutti i suoi film: «Per ragioni diverse, a volte ideologiche, altre semplicemente dovute allo scarso approfondimento, la realtà non è mai quello che sembra. Per cercarla, non accontentarti della versione ufficiale e non fermarti alla superficie delle cose, devi andare controcorrente. I maggiori network del mondo, giornali e televisioni, raccontarono di migliaia di morti torturati dal regime comunista e ritrovati nelle fosse comuni. Le immagini dei corpi fecero il giro del mondo. Cercammo le fosse, ma non ne trovammo traccia. Mesi dopo si stabilì che nel contesto di un golpe bianco si era trattato di una gigantesca manipolazione mediatica: chi era lì non tardò a rendersene conto, ma all’esterno, nella percezione generale, l’eco di quell’orrore costruito a tavolino era ormai entrato nell’immaginario collettivo».
Per costruire l’avventura di ZeroZeroZero e trasformare l’inchiesta di Roberto Saviano in una serie presentata all’ultimo Festival di Venezia, a Sollima è servito andare al di là delle apparenze: «Affrontato con gli occhi del raziocinio, ZeroZeroZero era un progetto che sfiorava la follia e non aveva nessun senso logico né produttivo. I discorsi che facevo con i produttori di Cattleya, Gina Gardini e Riccardo Tozzi, erano appassionati, però poi, quando si trattava di strutturare un prodotto che prima di vedere la luce avrebbe avuto tre anni di preparazione, viaggi, interviste e sopralluoghi, ci venivano le vertigini: “Bellissima ipotesi, ma non troveremo mai le risorse”. Le abbiamo trovate dimostrando che l’unico vero limite che possa frenarti sei tu. La tua capacità di sognare. Il desiderio che ti anima».
Che desiderio la animava?
«Raccontare la complessità di un fenomeno come la globalizzazione usando come punto di vista deformato il traffico di una delle merci più controverse che esistano. Mostrare le contraddizioni e i riflessi sulla realtà sociale del traffico di cocaina senza praticamente mai vederlo era interessante».
Lei presenta la cocaina come anello di congiunzione di mondi apparentemente lontani tra loro.
«La cocaina è presente nella vita di chiunque. O l’hai assunta, o l’hai vista, o l’hai comprata o hai qualcuno a cui l’hai vista usare. E anche se non hai fatto nulla di tutto questo la tua banca potrebbe aver riciclato i capitali derivanti dal narcotraffico e i tuoi vestiti potrebbero essere stati prodotti da un’azienda che in parte, almeno all’inizio, potrebbe essere stata finanziata con capitali di provenienza illecita. Una riflessione che ho sempre trovato sconvolgente e su cui valeva la pena sviluppare una narrazione».
Che tipo di narrazione?
«Non un flirt, ma una storia d’amore. Un progetto come ZeroZeroZero ti porta via alcuni anni di vita. E la vita non è illimitata, bisogna scegliere bene le navi su cui imbarcarsi».
(…continua…)