Iowa, vince Buttigieg: l’America è pronta a un candidato gay?
Non è netto, ma è certamente di gran peso il successo di Pete Buttigieg, nei caucaus dell’Iowa, la prima delle consultazioni che portano alle candidature per le lezioni presidenziali americane di novembre. Se per i repubblicani è scontato il nome di Trump, in campo democratico la sfida è fin troppa aperta. I primi voti, anche se arrivati con gran ritardo per le difficoltà nella trasmissione dei dati via App dai 1.700 caucus, le assemblee di base degli iscritti al partito, danno il nome del sindaco dichiaratamente omosessuale in testa.
L’Iowa è stato bianco a guida repubblicana. Numericamente conta poco, ma il candidato democratico che esce vincente da qui è statisticamente quello che più facilmente arriva alla candidatura (eccezione fece solo Bill Clinton). Importante dunque guardare a questo risultato, anche perché il fronte democratico è talmente ampio da avere bisogno di conferme e scremature.
Dieci i candidati, di cui cinque definiti front runners: Bernie Sanders, John Biden, Elizabeth Warren, Pete Buttigieg ed Ami Klobuchar. Dal 71% delle sezioni scrutinate c’è Buttigieg davanti di poco a Sanders, terza la senatrice Warren, quarto l’ex vicepresidente Joe Biden.
La vera notizia è la sconfitta di quello che fu il vice di Obama, una notizia che diventa una conferma. Il candidato dell’establishment non funziona, a destra come a sinistra, fra democratici e repubblicani. Trump, che ha fatto ieri il discorso sullo stato dell’Unione vantando i suoi successi e trasformandolo in uno spot elettorale, non era e non è il candidato della politica repubblicana, non è uomo di palazzo, come non lo è, per motivi del tutto diversi, Buttigieg.
Se Sanders è outsider da sempre per le idee socialiste, è comunque faccia nota a livello nazionale e internazionale e ha già fatto la campagna per la candidatura. Buttigieg non è nulla di questo. È il più giovane candidato tra quelli con chance fra i democratici, 38 anni, bianco sì, ma aperto alla diversità e alla multiculturalità e grande sostenitore dei diritti civili. Solo qualche anno fa ha fatto coming out ed è sposato con un insegnante. Il suo stato, l’Indiana, ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso nel 2009, sei anni prima del riconoscimento nazionale della corte suprema.
Ha una laurea in Storia e Letteratura ad Harvard, ha lavorato per la campagna di John Kerry, è stato in Marina e ha partecipato alla guerra in Afhganistan. Lo chiamano Mayor Pete perché è stato sindaco di South Bend, città dell’Indiana rinata sotto la sua gestione.
Non conosce le stanze di Washington, ma non è nuovo alla politica. Democratico, ma meno radicale di altri. Sostiene il Green New Deal, il programma a favore dell’ambiente, ed è favorevole all’estensione del programma Medicare, quello per le cure gratuite a una più ampia fascia della popolazione. Come ha fatto da sindaco punta al rinnovo e allo sviluppo delle aree più svantaggiate del paese, molte delle quali hanno votato per Trump quattro anni fa.
Le sue possibilità sono tutte nel ruolo che può giocare: l’outsider, il vincente a sorpresa. Perché non ha i soldi di Michael Bloomberg, che in Iowa non ha corso, aspettando il SuperTuesday di marzo, in cui sono più stati anda andare al voto, e non ha conoscenze politiche e macchina promozionale paragonabili a quelle di Biden, Sanders e Warren.
Ha però la provenienza da quel Mid West che è la parte dell’America che ha sofferto di più la crisi industriale e gioca la carta del sostenitore dei diritti civili, ignorata da Trump. Insomma mette insieme due elettorati. Soprattutto non è sembrato contare finora il suo orientamento sessuale. La vera vittoria sta qui, nell’arrivare a fine campagna senza attacchi omofobia, guardando al suo programma e alle sue capacità. Nient’altro.