Quelli che… la carriera non ci interessa
«Potremmo trovare il modo di viver senza lavorare» cantava Luca Carboni già nel 1987. Il sogno è lontano ed è di molti, ma pare che la vita senza carriera sia sempre di più nei pensieri dei giovani adulti. La vita senza un lavoro al centro o con un lavoro che basta a soddisfare solo bisogni economici di base è sempre più ricercata. Lo racconta un recente articolo su Le Figaro e lo ha teorizzato James Livingston in una serie di libri in cui smonta l’idea del lavoro a tempo pieno. Anche Nathaniel Koloc, fondatore dell’agenzia di lavoro ReWork, ha spiegato che «la carriera non è vista più come una traiettoria lineare ma come una serie di progetti».
La non-carriera è diventata una tendenza? La risposta è sì secondo Francesco Narmenni programmatore informatico che, dopo aver salutato l’idea di lavoro totalizzante, oggi gestisce un blog che si chiama Smettere di lavorare e ha fondato la più grande community di «semplicità volontaria» in Italia. «Probabilmente la grande illusione del successo e della carriera è finito con l’arrivo della grande crisi 2006/2007, che ancora stiamo scontando. Fino a qualche anno fa si trattava di una scelta che coinvolgeva pochi, ma oggi riscontro un grande interesse in queste tematiche».
La scelta di chi riduce le ore lavorate o le lascia del tutto è quella di non fare del lavoro un manifesto della propria esistenza. Non vogliono essere definiti da quello che fanno di mestiere, non vogliono mettere i loro studi, spesso in scuole e università d’élite, al servizio solo del profitto di un’azienda.
È una scelta che costa, ma che, spiega Francesco Narmenni, porta anche molto. «Se vivi senza lavorare sei libero, hai molto tempo a disposizione, tempo da dedicare alla famiglia, a te stesso e a ciò che ami veramente fare. Nessuno ti comanda, non esiste lo stress e la vita diventa infinitamente meno complicata. Avere poco denaro a disposizione significa dovere essere sempre molto attenti a consumi (Francesco dice di vivere con 500 euro al mese nel suo blog, ndr) e se ti ammali forse non avrai il denaro per curarti. Si tratta di decidere se dare importanza al presente e vivere adesso appieno ogni istante, o se sacrificare la propria esistenza votandosi al lavoro, in cambio di una maggior sicurezza».
Le rinunce sono prima di tutto economiche. «Vivere senza lavorare significa vivere con pochissimo denaro, per cui non ti puoi permettere quasi nulla. Questo aspetto inizialmente viene vissuto come un peso, ma con il passare del tempo ci si accorge che la maggior parte di ciò che ci concedevamo attraverso l’acquisto, serviva per rendere più accettabile una vita che non ci piaceva. Li chiamiamo piccoli piaceri della vita, come prendersi un caffè o un aperitivo, perché sono ciò che allevia il dolore perenne che proviamo nel vivere facendo ogni giorno ciò che preferiremmo non fare. Accade poi che senza lavoro la vita diventa bella; la libertà ci inebria a tal punto da non desiderare più quei piccoli sfizi, i quali decadono naturalmente e finiscono per non avere più nessun significato».
Secondo Francesco la rinuncia diventa una bella rinuncia, si trasforma in una sensazione di forza interiore, «come se rinunciando stessimo alimentando la nostra libertà, che è di gran lunga da preferirsi». Non trova che gli sia stato tolto qualcosa perché la sua scelta è stata volontaria.
«Quello che ho perso probabilmente è un ruolo all’interno della società, ma a ben vedere la maggior parte dei nostri ruoli sono superflui o addirittura dannosi per la società stessa. Se lavori in un call center il tuo ruolo è fondamentale? Se vendi sigarette il tuo ruolo è un “buon ruolo”, o forse è persone dannoso per gli altri? Quasi tutti ci identifichiamo con il ruolo che abbiamo, diciamo: sono un operaio, sono un impiegato, ma nella quasi totalità dei casi è un ruolo di facciata, ciò che diciamo di essere per dare un senso alla nostra esistenza. Nel sistema in cui viviamo, se non sei il tuo lavoro, cosa sei? In un certo senso è il contrario esatto di ciò che si crede: è il lavoro ad averci tolto qualcosa, ovvero la nostra vera identità, spesso in cambio di un ruolo fittizio».