Parola di Dago: Ricchezza
Ora siamo tranquilli: Jeff Bezos ci fa sapere di aver finalmente trovato casa a New York. L’uomo più ricco del mondo andrà a vivere con la sua nuova compagna in un mega-attico di tre piani e due appartamenti adiacenti nella doviziosa Fifth Avenue. Mister Amazon ha sborsato 80 milioni di dollari (circa 71 milioni di euro). Una sommetta molto lontana dal prezzo dell’appartamento venduto a gennaio per 238 milioni di dollari al finanziere Ken Griffin, boss della società di investimento Citadel.
Tempi nuovi per i militanti della ricchezza. Il fine dei miliardari vecchio stile, si sa, era evitare di attirare l’attenzione su di sé. Il lusso stava chiuso nelle cassette di sicurezza. «I grandi mercanti», osservava la scrittrice Gina Lagorio, «si facevano un vanto d’avere l’ufficio esattamente come l’aveva lasciato il nonno. Perché quella era la regola: più si era ricchi più si andava dimessi». Ciò si doveva al fatto che un tempo la ricchezza era monopolio di poche centinaia di ricchi, i quali certamente non desideravano che le centinaia di milioni di poveri sapessero chi aveva tutti i quattrini. Se i pochi ricchi beneducati avessero cominciato a farsi notare, i molti poveri maleducati avrebbero anche potuto mettersi insieme e fare un macello stile rivoluzione russa.
Oggi, al contrario, ci sono milioni di ricchi che hanno capito che la ricchezza è il solo modo per diventare celebri senza aver talento e i poveri sono stati resi pressoché innocui da Facebook e Instagram, oltre al fatto che non si riesce a distinguere un ricco da un povero con tutti gli immigrati che vendono il solito Rolex «fritto-dorato» sotto gli ombrelloni. Ai nostri giorni il difficile è come far capire alla gente che sei ricco senza dire una parola. Magari tenendo in mente la regola del miliardario Paul Getty: «Io non giudico un uomo dal suo denaro, ma dal colore delle sue Rolls-Royce».
In secondo luogo, il concetto di ricchezza come ostentazione varia come varia la geografia. Perché se è vero che fino a pochi anni fa avere due figli in Cina era uno status symbol del fasto (chi trasgrediva la politica del figlio unico pagava multe salatissime), è anche assodato che portare il cagnolino ansioso o il micino depresso sul divanetto del dottor Richard Polsky, che cura gli animali affetti da «sindrome di distruzione da assenza del padrone», è lo status minimo del billionaire pigliatutto di Los Angeles.
I grandi ricchi certe volte si divertono, a modo loro s’intende. È di qualche tempo fa lo scherzo fatto da una coppia nota in tutta Europa per l’eccentricità del loro ménage (omo lui, lesbo lei, e collezionisti famosi di quadri). Un giorno invitano nel loro castello un’anziana signora inglese col suo amato cagnolino. Ma ecco che al mattino l’ospite non vede il suo allegro piccolo compagno, e tutti la consolano, avrà fatto un giretto, vedrà che per stasera sarà qui. Infatti, ottima cena, finché al dessert arriva un dolce strano: è il cagnolino defunto, debitamente depilato, surgelato, tutto decorato da riccioli di panna. Sviene subito la vecchia signora, qualche altro commensale vomita, ridono a crepapelle i padroni di casa.
E in Italia, come si trastulla quella classe che può permettersi tutto, anche di trasformare la Pepsi in Coca-Cola? Per la verità, non esistono italiani che si fanno fare la lettiera del micione a forma di Rolls. Qui, appena fanno un po’ di miliardi i nostri Paperoni diventano cittadini di Montecarlo.