Conti pubblici, la lettera di risposta di Tria alla Commissione europea: “Dal 2020 al 2022 tagli a reddito e quota 100”
Per ridurre la spesa in deficit il governo punta sui risparmi rispetto alle risorse previste per il reddito di cittadinanza nel triennio 2020-2022. E intende spendere meno del previsto anche per quota 100. L’annuncio è contenuto nella lettera di risposta concordata con il vicepremier Matteo Salvini che il ministro dell’Economia Giovanni Tria è sul punto di inviare alla Commissione europea in risposta al richiamo ricevuto da Roma mercoledì. L’intenzione di usare i risparmi per ridurre il disavanzo invece di dirottarli su misure per le famiglie, come chiesto dal leader M5s Luigi Di Maio, era stata anticipata la settimana scorsa dal viceministro all’Economia Massimo Garavaglia.
“Il governo sta avviando una nuova revisione della spesa e riteniamo che sarà possibile ridurre le proiezioni di spesa per le nuove politiche in materia di welfare nel periodo 2020-2022″, si legge in un passaggio del testo riportato dall’AdnKronos. “Inoltre siamo convinti che una volta che il programma di bilancio sarà finalizzato in accordo con la Commissione europea, i rendimenti dei titoli di Stato italiani diminuiranno e le proiezioni relative alla spesa per interessi saranno riviste al ribasso”.
Per quanto riguarda il 2018, “sebbene le condizioni macroeconomiche non abbiano consentito all’Italia di soddisfare gli sfidanti requisiti della Regola di riduzione del debito, ritengo che il governo abbia seguito un approccio prudente e responsabile“. “Infatti”, si legge nella missiva, “fin dal suo insediamento, non vi è stata alcuna decisione da parte del nuovo esecutivo che implicasse un allentamento della politica di bilancio per il 2018. Sebbene la crescita economica abbia sorpreso al ribasso, principalmente a causa di fattori esterni, l’anno si è chiuso con una significativa riduzione del disavanzo delle amministrazioni pubbliche, attestatosi al 2,1 per cento del Pil, in discesa dal 2,4 per cento del 2017. Il saldo primario è salito all’1,6 per cento del Pil, dall’1,4 per cento dell’anno precedente; i pagamenti per interessi, espressi in rapporto al Pil, sono diminuiti di un decimo di punto, raggiungendo il 3,7 per cento”.
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