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Diego Abatantuono al Vanity Fair Stories: «Il posto giusto al momento giusto (con un po’ di talento)»

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Ospite per la prima volta di Vanity Fair Stories, Diego Abatantuono ripercorre le tappe salienti della sua vita e della sua carriera, dall'amicizia con Pupi Avati all'adolescenza al Derby Bar; dai treni che ha perso all'importanza del trovarsi sempre al posto giusto al momento giusto
Diego Abatantuono
Diego Abatantuono
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Diego Abatantuono
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Diego Abatantuono ha sempre creduto nella teoria del «posto giusto al momento giusto», quella congiunzione astrale che è capace di portarti fortuna al di là del talento che puoi custodire dentro di te. A lui, ospite per la prima volta di Vanity Fair Stories, d’altronde, è successo proprio questo: «Dal momento in cui nasci al Giambellino e arrivi a frequentare il Derby, quello che hai visto al Giambellino ti serve» spiega Abatantuono a Malcom Pagani in collegamento dalla sua casa nei pressi di Cattolica, impegnato nelle riprese di un nuovo film. «Fare un film adesso è una fortuna, ma è anche difficile. Nonostante siamo tutti perfettamente tamponati, un po’ di rischio c’è. Questo periodo è una grandissima rottura di coglioni» aggiunge l’attore, che questo Natale vedremo in un’altra pellicola, 10 giorni con Babbo Natale, diretta da Alessandro Genovesi e con protagonista Fabio De Luigi, nel ruolo di un Babbo Natale diverso, «che farà ridere, ma anche piangere». Nonostante sia un uomo che adora stare in casa, per via del suo lavoro Abatantuono è stato costretto a muoversi tanto, a «vivere sempre con la valigia in mano». Una cosa che non l’ha mai fatto impazzire di gioia.

«”Facciamo le valigie” è una delle frasi più drammatiche che ci siano, tant’è che adesso, quando devo partire per lavoro, di valigie me ne porto sei: preferisco portarmi dietro tutto piuttosto che decidere cosa metterci dentro. Ho passato la mia vita in macchina, negli alberghi, nei residence. Avrò cambiato 30 case, ho abitato a Roma, a Lucca, a Bologna, a Milano, in Campania, ma adesso sto volentieri fermo. Ho avuto la fortuna di vedere tanti Paesi che, se fossi rimasto al Giambellino, non avrei mai visto» spiega Diego, colui che Pupi Avati aveva definito «l’Ugo Tognazzi dei nostri tempi». «Ugo l’ho conosciuto bene, c’è stato molto affetto tra noi e sono amico di tutti i suoi figli. Mi sono frequentato con Villaggio, qualche volta con Gassmann, ma Tognazzi rimane Tognazzi, viveva questo lavoro traendo piacere proprio come cerco di fare io: per me stare sul set deve essere un piacere, se non è così, non è bello». Quella piacevolezza nel suo lavoro, dopotutto, Abatantuono la conserva fin dal primissimo film a cui ha partecipato «a sua insaputa», Liberi armati pericolosi: «Ero un tecnico non guidante che soffriva di vertigini, ma avevo un mio talento e, forse, mi volevano bene per questo. Al primo ciak dovevo fare una sgommata, allora presi coraggio e dissi al regista che non avevo la patente. È stata un’esperienza utile ma, dopo quel film, non feci più niente per 4 anni».

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Per Diego Abatantuono, passare dal fare l’elettricista al fare l’attore è stato un passaggio casuale, frutto della stessa filosofia del «posto giusto al momento giusto» di prima: «Al Derby, quando avevo 16 anni, parlavo con quelli che ne avevano 40 stando molto attento a tutto quello che dicevano. È stato questo tipo di personalità che mi ha permesso di salire sul palco senza un’emozione fortissima. Ho cominciato a farlo per scherzo: non avevo il fuoco dell’attore e non avevo mai di fare questo lavoro, è semplicemente capitato. Ho avuto molta fortuna, il posto giusto al momento giusto, e con un po’ di talento». I suoi riferimenti erano, per sua stessa definizione, molto alti, da Sordi a Totò, ma, d’altronde, quando era un bambino era logico che tutti, leggendo il giornale, dicessero «andiamo a vedere Lancaster, Sordi o Tognazzi»: «Loro erano il film». I suoi preferiti, quelli che andava a vedere al cinema con sua madre, erano quasi sempre film mitologici, western, oppure in costume: generi che ancora oggi predilige potendo scegliere. Insieme alle collaborazioni eccellenti della sua carriera, da Comencini a Scola, da Avati ai Vanzina, il talento innato ha permesso ad Abatantuono tanto di calarsi nella dimensione comica quanto in quella drammatica, come nell’Io non ho paura di Salvatores, dove ha costruito un personaggio cattivissimo ispirandosi ai «balordi» che frequentavano al Derby: «Quando fai un protagonista devi essere te stesso, altrimenti non lo reggi un personaggio», aggiunge.

Un’altra metafora che è molto cara all’attore è quella dei treni che passano una volta nella vita: «Dopo Marrakech Express, con Salvatores di film ne abbiamo fatti tanti. Le scelte casuali vanno sempre un po’ spinte. C’è chi ha avuto la sfiga di non vedersi mai passare davanti il treno giusto: a me ne sono passati parecchi, e li ho presi quasi tutti. Qualcuno, però, l’ho perso. Tipo quello della musica. Da bambino mio padre mi ha obbligato a studiare pianoforte con una maestra austriaca che mi bacchettava se facevo male. A vent’anni avrei potuto riprendere, ma non l’ho fatto». Un altro treno perso, per alcuni, è stato quello che avrebbe dato la possibilità a Diego di lavorare in America dopo il successo di Mediterraneo, uno dei suoi film più famosi: «Non avevo voglia di non capire quello che mi dicevano e di non essere capito. Come faccio a mettermi in collegamento con una battuta, a sentirne le sfumature, in un’altra lingua? Quelli che ci hanno puntato e ce l’hanno fatta sono pochi. Penso a Mastroianni, ma lui era iconico, anche perché Fellini aveva fatto immaginare agli altri quello che lui fosse. Io non ero in grado, non potevo trasformare l’inglese nella mia seconda lingua a 35 anni. Senza contare che non avevo voglia di lasciare i miei figli qua: pazienza, sarò per sempre un attore italiano, non mi è cambiato niente». L’ultimo pensiero prima dei saluti finali del suo intervento al Vanity Fair Stories, Abatantuono lo dedica proprio ai suoi tre figli: «Uno lavora nella produzione, il nostro orgoglio. L’altro studia a Milano, mentre la femmina aspetta il suo terzo figlio: dopo Matilde e Maria Carlotta, stavolta sarà un maschio, Michelangelo».

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